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giovedì 18 Luglio 2024

Don Alessio Yandushev Rumyantsev, il cappellano al servizio dei fratelli malati

Ad ognuno di noi, nel corso della propria vita, può capitare di attraversare periodi difficili, momenti di prova dai quali si capisce che per andare avanti serve ritrovare le forze e la volontà di vivere. Il buio e il vuoto interiore causato dalla sofferenza deve essere superato e illuminato grazie la luce della speranza.

È un cammino particolare, non sempre facile da affrontare, per il quale a volte non basta solo lo sforzo personale ma occorre una mano fraterna, l’aiuto di una persona che ti voglia bene incondizionatamente. E per quale motivo uno sconosciuto dovrebbe mettersi al servizio altrui? Semplicemente perché questo individuo riconosce nel prossimo un fratello o sorella la cui sofferenza diventa stimolo per un’azione immediata. Questo modo di agire richiede delicatezza, comprensione e amore sincero.

Riflettendo su questo bisogno che riguarda ogni cultura ed epoca, vorremmo parlare di un impegno, o meglio di una missione particolare, a volte poco conosciuta ma straordinariamente importante, che coinvolge in particolar modo coloro i quali stanno vivendo un periodo di particolare sofferenza fisica e morale. Per questo motivo abbiamo deciso di intervistare Don Alessio Yandushev Rumyantsev, aiutante cappellano ospedaliero che presta volontariamente servizio in diverse strutture sanitarie, in particolar modo all’interno di ospedali

Il sacerdote, che opera prevalentemente in alcune strutture ospedaliere lecchesi, ci racconterà la sua esperienza e soprattutto l’utilità pratica di questo servizio.

Don Alessio ci potrebbe raccontare di come è nata questa vocazione particolare? Non tutti scelgono liberamente di affrontare la sofferenza altrui. Cosa l’ha spinta a diventare volontario? 

In primis vorrei ringraziarvi di cuore per aver acceso i riflettori su questo tipo di servizio spesso invisibile e conosciuto solamente da chi è stato ricoverato in una struttura medica. Il motivo principale che mi ha mosso è stato il desiderio di aiutare le persone che attraversano un momento drammatico, che però preferisco definire una “prova” con diverse declinazioni: di pazienza, fiducia e volontà nell’andare avanti perché le nonostante le difficoltà la vita è un bene inestimabile. Per i credenti la vita è un dono di Dio, ma spesso mi capita anche di prestare assistenza a non credenti, persone che hanno perso la fede deluse della Chiesa o della Dottrina cristiana per vari motivi personali. Come collaboratore del Servizio diocesano della Pastorale di Salute non esiste alcuna differenza tra credente e ateo, o tra un assiduo cattolico praticante e un altro che professa una religione diversa. Davanti a me vedo solo una donna o un uomo che soffre e che ha bisogno di sostegno o semplicemente di una parola di conforto, di una carezza o di vicinanza. Basterebbe avere accanto qualcuno che ti dica: “Ce la fai, vai avanti, la tua vita ha senso, abbiamo bisogno che tu viva!”. Di fronte a questo bisogno esistenziale non potevo rimanere indifferente, tutto qua. Non c’è stata nessuna rivelazione soprannaturale. Anzi, tutto ciò fa parte della mia vocazione sacerdotale cattolica.

La missione di un cappellano in ospedale prevede la disponibilità e la capacità di affrontare situazioni spesso drammatiche. In che cosa consiste il suo ministero?

Durante il servizio in ospedale ho avuto modo di incontrare mille persone, il che significa avere a che fare con mille modi diversi di vivere e di affrontare le difficoltà, soprattutto quando si parla di malattia o addirittura di vita e morte come ad esempio nei casi dei pazienti terminali. Non potrai mai usare uno “schema di standard” per stargli vicino, anzi per noi cappellani una cosa del genere non esiste. In poche parole è necessario entrare nel mistero della vita di quella persona. Se dovessi utilizzare un’immagine biblica per raccontare questo tipo di servizio userei quella che riguarda Simone di Cirene che aveva aiutato a Cristo a condividere fraternamente il peso della croce.

La società italiana odierna è multiculturale. Le è capitato qualche volta di incontrare credenti non cattolici? In questo caso come agisce?

Ovviamente assisto sovente pazienti appartenenti a diversi credi religiosi. Mi è capitato incontrare alcuni ortodossi di diverse appartenenze: rumeni, russi e bulgari. Potrebbe sembrare strano ma avevano piacere di parlare con un cappellano cristiano e la motivazione che mi hanno dato è molto semplice: affermavano tutti che non c’erano molte differenze perchè in fondo quello che ci unisce è la Fede in Cristo. Qualcun altro con molta delicatezza, non volendo “offendermi”, domandava se fosse possibile ricevere una visita da parte del sacerdote della loro Chiesa. In questi casi specifici, grazie all’intercessione del cappellano generale dell’ospedale, ci impegniamo per contattare i pastori delle loro comunità religiose e invitarli a svolgere il servizio pastorale coi loro fedeli. Nei momenti di prova si vive in maniera pratica e reale questa grande unione tra cristiani e più in generale tra le persone di buona volontà.

Don Alessio, in conclusione cosa potrebbe augurare alle persone che devono affrontare una malattia o un disagio che riguarda la salute fisica o quella dell’anima? Che consiglio potrebbe dagli?

Posso dire ai fratelli e alle sorelle che affrontano queste difficoltà che sono solo delle prove della nostra umanità, della nostra natura fragile ma forte allo stesso tempo. Sovente non conosciamo la nostra forza “nascosta” sia dello spirito che del corpo. Avanti, cari amici e amiche, animo! La vita, breve o lunga che sia, ha un senso indescrivibile, enorme, stupendo! I Santi, con le loro vite, ci hanno insegnato il vero significato della vita: donare e donarsi al prossimo. Anche la malattia, per quanto dolorosa, può aiutarci a comprendere quanto la vita sia preziosa. Infine non scoraggiamoci perché il Signore è sempre accanto a noi per aiutarci.

Don Alessio la ringraziamo della disponibilità e le auguriamo buon proseguimento per il suo ministero.

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